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Le emozioni nella psicologia indiana

Pubblicazioni2
Luigi Lacchini - 2020

Le emozioni nella psicologia indiana
le principali prospettive con cui il pensiero indiano si è avvicinato al mondo delle emozioni e delle passioni

Le antropologie del mondo indiano

Non è possibile trattare il tema delle emozioni e delle passioni senza chiarire, in via preliminare, la concezione antropologica condivisa da gran parte del pensiero indiano.
Mentre in occidente la visione prevalente è quella che vede nell'essere umano l'interazione di due componenti, il corpo e la psiche, nella filosofia indiana la concezione prevalente è quella che considera l'essere umano come un'interazione fra tre componenti: corpo, psiche e spirito. Mentre il pensiero occidentale attribuisce caratteristiche diverse o addirittura opposte al corpo e alla psiche (il primo fisico e la seconda immateriale), quello indiano ritiene che corpo e psiche siano espressione delle medesima matrice, l'energia vitale di origine divina, che semplicemente vibra ad una frequenza più alta nella psiche e a una più bassa nel corpo. Corpo e psiche sono perciò semplicemente la medesima energia a diversa frequenza e quindi naturalmente e inscindibilmente connessi. Mentre per l'occidente la prospettiva psicosomatica è stata una lunga e faticosa conquista, per la psicologia indiana è un presupposto.

Di per sé l'occidente non è completamente estraneo a questa prospettiva, che ritroviamo nell'antropologia della patristica cristiana greca, la quale distingueva anch'essa le tre componenti: corpo (sóma),  psiche (psyché) e spirito (pnẽuma). Tuttavia questo modello non ha trovato alcuna applicazione negli studi psicologici.
Perciò il punto di vista indiano per guardare al problema delle emozioni e delle passioni è differente e, per certi versi, più complesso di quello occidentale. In occidente abbiamo focalizzato l'attenzione sul rapporto fra l'aspetto psichico e quello somatico delle emozioni, mettendo a fuoco le tre dimensioni – cognitiva, affettiva e conativa – presenti in un'emozione e studiando gli aspetti neuroendocrini legati agli stati emotivi.

In oriente il fatto che vi sia un rapporto diretto fra psiche e corpo nello stato emotivo è considerato ovvio. Sia nell'ayurveda che nella medicina tradizionale cinese, i regimi per la tutela della salute, l'impatto delle malattie e i criteri di intervento terapeutico sono sempre psicosomatici e il trait-d'union fra corpo e psiche è quello dell'energia, il prana o il qi.
Il vero problema, per la psicologia indiana, è comprendere il ruolo che le emozioni e le passioni hanno nel processo evolutivo spirituale dell'individuo, ossia, in altre parole, capire se le emozioni siano funzionali o disfunzionali al percorso che l'individuo compie per liberarsi dalla fatica e dal dolore del vivere incarnato e ricongiungersi con il Divino.
In termini occidentali si potrebbe dire che la psicologia indiana non è tanto interessata al rapporto corpo-psiche che si viene a determinare con le emozioni, quanto piuttosto a quello tra il complesso corpo-psiche (pensato unitariamente) e lo spirito; la prospettiva è dunque psicopedagogica, più che psicologica o psicosomatica, ma di una psicopedagogia orientata alla trascendenza.
L'unica scuola di pensiero indiana che si allontana da questa prospettiva è quella Cārvāka, semplicemente perché è atea e materialista e quindi non considera la dimensione spirituale come l'obiettivo dell'esistenza. Di questa scuola, tuttavia, abbiamo scarse testimonianze.

Il rapporto corpo/psiche/spirito

Da quanto si è detto nel paragrafo precedente si comprende che qualunque possibile discorso sulle emozioni nel pensiero filosofico e psicologico indiano dipende alla radice dal tipo di rapporto che si ipotizza fra la dimensione psicosomatica e quella spirituale. In altri termini, si tratta di decidere se il complesso corpo-psiche (che per la maggior parte dei sistemi di pensiero indiani è “materiale” o meglio “energetico”) sia o non sia ontologicamente diverso dalla dimensione spirituale e incompatibile con essa.
Se la risposta fosse positiva, allora, inevitabilmente, tutto ciò che ha a che fare con la dimensione psicosomatica, emozioni comprese, assumerebbe un valore negativo, come di qualcosa che dev'essere abbandonato per “salire” verso la vita puramente spirituale.
Se invece il complesso corpo-psiche fosse ritenuto ontologicamente appartenente anch'esso alla dimensione spirituale, tutte le manifestazioni legate ad esso, emozioni comprese, dovrebbero essere sussunte in qualunque percorso evolutivo orientato verso la spiritualità.

Storicamente il pensiero indiano ha assunto cinque diverse prospettive:

  • la prima prospettiva, quella maggioritaria, è una visione “ascetico-rinunciante” che rifiuta corpo, psiche, emozioni e materia per invitare a vivere esclusivamente in una dimensione spirituale; la stragrande maggioranza del pensiero indiano (upaniṣad, jaina, buddhismo, sāṃkhya, yoga,  ecc.) opta per questo paradigma, che va a costituire l'ideale del risvegliato-asceta, abbastanza simile a quello del monachesimo occidentale e mediorientale.
  • la seconda prospettiva, che in seguito definirò “sintetico-inglobante” ritiene invece che la dimensione materiale sia anch'essa di natura divina, manifestazione percepibile della sfera spirituale che è invece impercepibile. Per questa ragione corpo, psiche, emozioni e passioni, entreranno di diritto nel percorso evolutivo dell'individuo. Questo paradigma sarà condiviso praticamente solo dalle scuole tantriche della “mano sinistra”, specialmente il tantra kashmiro, che, proprio per questo, ci daranno una raffinata trattazione dei “nove rasa”, ossia delle nove emozioni di base che l'essere umano deve imparare a gestire.
  • Una terza prospettiva, che viene espressa con la dottrina del trivarga (i “tre obiettivi”), costituisce una sorta di paradigma di compromesso per rendere socialmente accettabile la via ascetico-rinunciante, che viene praticata soltanto all'ultima fase della vita, nella vecchiaia. Questa dottrina esprime la visione dell'establishment brahmanico e rappresenta una soluzione di buon senso pratico che salva la possibilità di godere di beni, emozioni e passioni in età giovanile e adulta, proponendo un passaggio a un modello di vita più ritirata e distaccata quando la morte si avvicina.
  • Un ultimo paradigma, assolutamente minoritario, è costituito dalla già citata scuola Cārvāka, materialista e atea che, essendo priva della prospettiva spirituale propone un individualismo e un edonismo senza limiti, nella consapevolezza che gli eventuali dolori, fatiche o emozioni negative che inevitabilmente sono presenti nella vita, non devono impedirci di goderne i piaceri. Il dualismo dolore/piacere, repulsione/attrazione è tutto ciò a cui viene ridotta la sfera emotiva. Le testimonianze relative a questa scuola di pensiero, tuttavia, sono poverissime e i parallelismi che spesso vengono proposti fra Cārvāka ed epicureismo, sono poco pertinenti.
  • Esiste infine lo sguardo artistico e religioso attraverso cui il mondo indiano ha guardato all'emozioni e alle passioni: letteratura, poesia, arte figurativa, scultura, teatro e religiosità devozionale hanno assai spesso rappresentato le emozioni, le passioni, l'eros, la sensualità, contribuendo, nella sensibilità orientale, a creare l'immagine dell'India del Kāmasūtra. Lo sguardo artistico, ovviamente più descrittivo ed evocativo che analitico, esprime evidente ammirazione per la potenza delle emozioni e delle passioni, ma non manca di mostrarne anche la potenziale pericolosità.

Questo quadro teoretico ci riconsegna l'immagine di un'India contraddittoria, lacerata tra forme estreme di ascesi e raffinatissimi piaceri. Questa scissione, che si respira in tutta la cultura indiana, è tuttavia più apparente che reale. Infatti, tutte quante le prospettive sopra ricordate – ad eccezione degli atei materialisti – sono accomunate dalla convinzione che la completa evoluzione dell'essere umano debba condurlo a un livello di consapevolezza che vada oltre l'aggancio emozionale.
Infatti, per tutto il pensiero indiano – sia che accetti le emozioni o che le rifiuti – la dimensione emozionale resta legata al mondo degli opposti, della polarità (buono/cattivo, mi piace/non mi piace, attrazione/repulsione) che deve in ogni caso essere trascesa, perché il vero obiettivo finale dell'essere umano resta comunque la fusione con il Principio Originario, l'unità al di là di ogni dualismo, che anche le scuole tantriche, la prassi brahmanica, la sensibilità artistica e la religiosità devozionale accettano e ricercano pienamente.
Luigi Lacchini
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