La Via del Guerriero Spirituale - Studio Lacchini - formazione culturale - percorsi evolutivi

Filosofia e psicologia yogico-tantrica
Body, Touch & Care - Life Coaching Method
Psicologia yogico-tantrica
BTC - Life Coaching Method
Ricerca e formazione
Ricerca e formazione
Filosofia
Psicologia
Tecniche corporee
Ricerca e formazione
Filosofia, Psicologia, Bodywork
Body, Touch & Care Method
Studio Lacchini
Ricerca e formazione culturale
Studio Lacchini
Ricerca e formazione culturale
Studio Lacchini
Ricerca e Formazione culturale
Studio Lacchini
Ricerca e Formazione culturale
Luigi Lacchini - 377 1840412 - formazione@luigilacchini.it
Vai ai contenuti

La Via del Guerriero Spirituale

Materiali
  
Nelle discipline orientali c'è una tradizione di figure guerriere che vivono al tempo stesso un'alta dimensione etica e spirituale. La cosiddetta “via del Bushido” giapponese, per esempio, incarnata dai Samurai, è un mix di spiritualità taoista e arti marziali. In Cina l'esempio più significativo di guerrieri spirituali è rappresentato dai monaci di Shaolin, un mix di spiritualità buddhista, raffinate tecniche di combattimento e profonda conoscenza energetica, e tutta l'arte tradizionale del Wushu rappresenta un percorso evolutivo integrale anche attraverso le arti del combattere.
Anche in India, la figura del monaco-guerriero sembra essere presente. Il "Malla Purana", un antico testo ritrovato in una copia del 1731, ma probabilmente risalente a vari secoli precedenti, dieta, rituali e tecniche di allenamento di un lottatore professionista dell'India antica, fra i quali molti esercizi di yoga. Il che significa che, o c'erano yogi che praticavano il combattimento, o c'erano scuole di combattimento in cui si utilizzavano metodi e tecniche dello yoga.
D'altra parte, l'esistenza di sacerdoti-guerrieri in India (denominati "āyudhajīvin") è certa e, a tutt'oggi, le scuole dei Jyesthimalla, presenti in Gujarat, nel Rajastan a Mysore e a Hyderabad, nel Telangara, individuano la figura di Brahmini guerrieri, che uniscono rituali, meditazione, yoga (anche aereo, il cosiddetto malla-khamba) e vera e propria ginnastica callistenica.

Cos'hanno in comune queste forme di monaco-guerriero? Quale archetipo psicologico e spirituale individuano?
               

Chi è il “guerriero spirituale”? In cosa consiste la sua Via?


Il guerriero, ovviamente, non va confuso con il militare o con chi è violento o duro.
Il guerriero spirituale, in realtà, è colui che attraverso l'arte marziale, per disciplinare corpo e spirito, combatte l’unica vera battaglia degna di essere combattuta: quella con il proprio ego e i fantasmi da esso creati.
Non combatte per sé stesso, ma sempre e solo al servizio del Signore Supremo, il proprio “Sé” spirituale e il Divino, di cui il Sé è scintilla.
La disciplina a cui si sottopone, le armi, le tecniche di combattimento che talvolta utilizza nella vita reale (e che storicamente ne facevano un temibile combattente), sono simboli del ben più arduo combattimento interiore.
Il combattimento non è mai finito. Il guerriero spirituale, anche se anziano, non va mai “in pensione”; continua a combattere, perché l’essenziale non è la vittoria (che spesso non arriva), ma l’intento. Come insegna Krishna ad Arjuna nella Baghavad Gita, il guerriero sa che sua è l’azione, ma i risultati di essa appartengono Dio.
    

La libertà del guerriero


Poiché risponde soltanto al Signore Supremo e a sé stesso, il guerriero spirituale si percepisce totalmente libero, non sopporta alcuna imposizione, non accetta di essere diretto da altre persone o istituzioni. Ogni manifestazione direttiva nei suoi confronti, che non percepisca venire dal Sé, lo fa irrigidire e predisporre al combattimento.
Per questo il guerriero, pur essendo un essere altamente spirituale, difficilmente si lega a religioni storiche, o comunque ne valorizza il “cuore” mistico, più che non i riti e le tradizioni.
Poiché anticamente, nella vita reale, il guerriero rischiava spesso fisicamente la vita, difficilmente si legava a livello affettivo e, se lo faceva, raramente costituiva una coppia, a meno di unirsi ad una donna-guerriera, in grado di comprenderne e condividerne il dharma e quindi le complesse modalità psico-affettive.
  

Il guerriero spirituale: solitudine e sfida


Per lo più è un solitario, che ha bisogno essenziale di luoghi e periodi di solitudine e silenzio, sia per rafforzarsi che per curarsi le ferite.
Allo stesso tempo, il guerriero è un viaggiatore, un esploratore di nuovi mondi e di esperienze.
Espressione della sua libertà sono sia l’andarsene che il tornare.
Non teme l’eccesso, né di attraversare i propri lati ombra, in quanto non riconosce l’etica convenzionale. Può calarsi nel negativo perché scaturisca un nuovo positivo più elevato e completo, ma lo decide consapevolmente, senza perdere mai di vista la prudenza e la valutazione delle forze del “nemico”.
   

Un punto di riferimento


Essendo energeticamente potente e sé-vero, costituisce un polo di attrazione molto forte. Incute rispetto e al tempo stesso viene cercato per avere protezione. Storicamente i monaci Shaolin erano un punto di riferimento essenziale per le popolazioni, che chiedevano loro di esercitare anche la giustizia pubblica.
Essendo molto potente, in quanto nella sua sadhana c’è proprio l’esercizio consapevole dell’energia, può permettersi di essere aperto (nell’energia, non nelle relazioni affettive), di accogliere chiunque e di esercitare la compassione e la misericordia di chi non cerca mai vendetta, né prova invidia (che sono problemi per eccellenza dell’ego). Sa vincere, ma non stravince.
 

Il rapporto con il mondo


Il guerriero vive nel mondo ma non gli appartiene. Per questo si interessa ben poco alle cose del mondo; è concentrato sul combattimento interiore. Per questo, rispetto a molte scelte che dovrebbe effettuare nel mondo, manifesta indifferenza e si affida semplicemente al flusso.
Non disperde energie per scegliere fra cose e alternative che non lo interessano. Semplicemente non sceglie e, in questo modo, focalizza la sua consapevolezza e realizza l’unica cosa che vuole davvero: il fatto di concentrarsi sull’energia, sul corpo, sulle tecniche di combattimento e sulle richieste del suo Signore. “È perché il saggio non ha preferenze che le sue preferenze si compiono”.
 

Oltre-la-mente


Il punto nevralgico della via del guerriero spirituale consiste nel raggiungimento dello stato di oltre-la-mente, che nei testi taoisti è rappresentato con l’immagine del grande lago calmo, profondo e in quiete, che riflette tutto ma non si immedesima in nulla.
Arjuna, tipica metafora del guerriero spirituale, fa presente a Krishna che il dominio della mente resta per lui il punto più problematico, e Krishna gli conferma che senza tale dominio tutta la ricerca è vana.
L'oltre-la-mente è uno stato dell’essere difficile da spiegare a parole. In termini indovedici, la mente è costituita da 4 livelli: la sensibilità, le emozioni, l’intelletto razionale e la coscienza.
Lo stato di oltre-la-mente è una condizione dell’essere in cui vengono neutralizzate le emozioni, l’intelletto razionale e le sue manifestazioni concettuali e verbali.
Tale neutralizzazione non è affatto un “controllo”. Il controllo delle emozioni e dell’intelletto consuma una enorme quantità di energia (quindi è micidiale per un guerriero, che di energia ne deve avere molta per combattere) e dà luogo ad un’apparenza formale. Il soggetto sembra in equilibrio, mentre il tumulto delle passioni e dei pensieri è soltanto compresso.
    

L'oltre-la-mente è invece uno stato di trascendimento delle emozioni e dell’intelletto razionale, un andare “oltre”, che conduce in un livello di esistenza dove, effettivamente, emozioni, pensiero razionale, concetti e verbalizzazioni non si presentano. Essi si “vedono scorrere” al livello sottostante, ma non determinano alcun coinvolgimento. Da fuori si può credere che sia una forma di controllo e scissione, ma, nell’anima del guerriero, le emozioni e la razionalità "accadono" davvero ad un livello diverso rispetto a quello dove sono collocate l’energia, il corpo e la coscienza.
È il rapporto fra l’uragano e il suo “occhio”. La quiete dell’occhio non è apparente, né consiste nella compressione o nel controllo dei venti periferici. Sono due zone energetiche realmente diverse.
L'oltre-la-mente non è uno stato permanente. È difficilissimo rimanerci a lungo. È soprattutto difficile rimanerci e, al tempo stesso, svolgere i compiti normali dell’esistenza. Il guerriero si allena per anni e anni a mantenere lo stato di oltre-la-mente il più a lungo possibile, perché in tale stato si è nell’occhio del ciclone, l’unico punto di quiete psichica possibile. Da questo punto di quiete profonda, il guerriero può uscire repentinamente (per esempio per effettuare un combattimento) e poi rientrarvi.
In realtà, i combattimenti divengono sempre più perfetti ed efficaci, quanto più avvengono anch’essi all’interno dello stato di non-mente.
    

Tempo e Parola


Poiché il tempo è una costruzione mentale, il guerriero, mentre vive nello stato di oltre-la-mente, è come se vivesse fuori dalla percezione temporale, e quando ne esce, vive il tempo secondo una concezione discontinua, come una successione di momenti non connessi, in cui è entrato nuovamente nella dinamica delle emozioni, del pensiero razionale e del linguaggio, per poi rientrare nell'oltre-la-mente.
All’interno della via del guerriero spirituale, la fluidità e la continuità temporale non sono percepite come importanti. Quando esce dallo stato di oltre-la-mente tende a vivere momenti di “qui e ora” slegati fra loro e, in ciascuno di essi, percepisce il legame con il Tutto, che li rende eterni.
Allo stesso modo non è percepita come importante la comunicazione verbale, che non può appartenere all’orizzonte dell'oltre-la-mente. Il “Tao Te Ching” si conclude proprio con un'ambigua provocazione: “Chi parla non sa e chi sa non parla”, ad indicare l’ineffabilità del percorso che conduce all’incontro con il Sé profondo.
Nello stato di oltre-la-mente restano attivati, il corpo, l’energia e la coscienza.
Il guerriero perciò si allena sempre più a raffinare l’utilizzo del corpo (per combattere, per il piacere, per curare, per comunicare), quello dell’energia (propria, altrui e ambientale) e della coscienza (consapevolezza dell’insieme). I primi due sono i suoi mezzi privilegiati di espressione e condivisione.
Anche nell’insegnamento e nella comunicazione, il guerriero-maestro utilizza principalmente “lo sguardo”, “il gesto” e, solo per ultima, “la parola”.
Un noto aforisma recita: “Se basta un gesto, perché usare una parola? Se basta uno sguardo, perché usare un gesto?”.

Libertà, centratura sul sé spirituale, silenzio, solitudine, astrazione dal tempo, sospensione della mente per valorizzare la coscienza, disciplina interiore, cura dell'energia e connessione con la globalità dell'essere. Sono i valori controcorrente del guerriero spirituale. Potrebbe mai ambientarsi nella società di oggi?
          
Torna ai contenuti